Il bello il brutto il buono e il cattivo
A volte, dopo una analisi di marketing e un lungo studio per arrivare ad una strategia di comunicazione, al momento della presentazione della proposta finale, ovvero una soluzione grafica, fotografica, web o quello che è, ci si sente rispondere: "Si. Quello che dite è tutto vero. Però a me non piace".Non c'è niente di male: il gusto personale dell'imprenditore fa parte di quell'intuito che ha portato l'azienda al punto in cui si trova per cui il "non mi piace" scaturisce da una qualche perplessità di cui nemmeno lui o lei sa identificare l'origine.
Quindi niente panico. La cosa da fare è semplicemente cercare di capire insieme cosa non va e, soprattutto perché. Qui di solito emergono informazioni in più sulla concorrenza, sulla percezione dei clienti o su punti deboli del prodotto che erano stati inconsciamente tenuti nascosti.
Si riparte, in alcuni casi da zero, fino ad arrivare ad un'altra proposta che tenga conto anche di questi nuovi vincoli.
Alla fine funziona.
Ovviamente ci sono sempre quelli che non sono disposti a rinunciare all'autogratificazione per una comunicazione più efficace o per un aumento di fatturato, così come ci sono quelli che vogliono che il consulente renda "giusta" la loro soluzione sbagliata solo perché gli piace.
Casi disperati a parte, il metodo è perfetto purché non si intromettano i gusti personali del consulente o del designer o di elementi esterni.
L'unico gusto personale che deve entrare in gioco è quello dei clienti finali e comunque solo nei casi in cui questo è determinante per il prodotto.
In fin dei conti non è possibile dividere pubblicità, redazionali, brochure, manifesti o siti web in brutti e belli. Esistono solo soluzioni buone, che funzionano e portano risultati, e soluzioni cattive, che magari fanno contento un dirigente poco preparato o troppo pieno di sé ma non producono che danni.
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